Diritto di Famiglia 16/10/2026

Minori e Adolescenti: Come Sono Cambiati in 50 Anni

Elena Cassella

Avvocato dello Studio

Minori e Adolescenti: Come Sono Cambiati in 50 Anni

Parlare oggi di minori e adolescenti significa sfidare un tema complesso, costantemente agitato, nell'immaginario collettivo, da fatti di cronaca ed estremamente articolato per la molteplicità degli aspetti in cui la dimensione del disagio (solitamente associato all'argomento "minori/adolescenti") si articola (scuola, relazioni familiari, prospettive di lavoro, delinquenza, internet).

Possiamo dire che non passa giorno in cui gli episodi di cronaca non pongano alla ribalta fenomeni di matrice criminale aventi come protagonisti adolescenti (omicidi o aggressioni violente, spesso in branco e frequentemente nei confronti di adulti o figure istituzionalmente significative, quali insegnanti, ma anche tra coetanei): penso ai recenti episodi romani della cosiddetta "banda della minicar", contrassegnato dall'allucinante ammissione sul movente, recentemente fatta da uno degli autori (... ci annoiavamo).

Ma penso anche ai recenti fatti verificatisi a Napoli, dove un padre accorso in difesa delle figlie è stato quasi linciato da un branco di minori.

Ma, al di là dell'aspetto "violenza/implosione dei valori" che è la manifestazione immediata del disagio, abbiamo, come accennato, delle "aree tematiche" in cui osservare questo disagio: immediatamente scuola e famiglia, ma anche spazio pubblico/rete mediatica e prospettiva lavorativa per citare i "luoghi principali".

Per provare a capire meglio cosa stiamo fronteggiando, vorrei tentare un raffronto tra la dimensione giovanile attuale e quella, ad esempio, degli anni '70: un arco temporale di mezzo secolo può, infatti, aiutarci a definire meglio, quanto meno su un piano descrittivo, le differenze.

Queste differenze si articolano attorno ad alcuni pilastri fondamentali:

1. Relazioni intrafamiliari

Da nuclei familiari più ampi, contrassegnati da modelli educativi verticali ed autoritari, si è passati ad una prevalenza di nuclei familiari con figli unici, con stili relazionali paritari, segnati da atteggiamenti indiscriminatamente protettivi.

2. Autonomia e libertà

Da un modello di libertà esplorativa ed extramuraria contrassegnata da alti livelli di autonomia di movimento ("torna a casa quando si accendono i lampioni") si è passati ad una sorvegliata e domestica dove la libertà fisica, limitata per motivi di sicurezza, viene compensata da una totale libertà di navigazione virtuale.

3. Spazio di vita

Laddove un tempo il cortile, la strada e la piazza erano i luoghi di elezione per il gioco e la socializzazione, oggi lo spazio fisico appare ridotto, in favore di un incremento dello spazio virtuale (social, chat, gaming online).

4. Tempo e noia

Laddove una volta la noia era il motore della fantasia e dell'autoorganizzazione del gioco, oggi i tempi vuoti appaiono tendenzialmente riempiti da schemi eterodeterminati (agende piene tra scuola, sport, corsi etc).

5. Fonti di informazione

Un tempo centralizzate e mediate. Tv (poche ore al giorno), giornalini, enciclopedie e il filtro attivo di genitori e insegnanti; oggi prive di mediazione e sregolate: accesso immediato e continuo a qualsiasi fonte di informazione tramite smartphone e senza l'intermediazione di adulti.

6. Socializzazione

Un tempo le relazioni erano ristrette dai limiti consentiti dall'effettiva vicinanza fisica, nonché basate su questo elemento anche nei conflitti: oggi le relazioni appaiono svincolate dallo spazio, fluide, misurate in like e visualizzazioni, con una forte esposizione pubblica.

Il mutamento economico a monte

Il passaggio dai modelli economici degli anni '70 a quelli del capitalismo globale e digitale di oggi è stato il vero e proprio motore del mutamento antropologico dei minori. L'economia non ha cambiato solo i consumi, ma ha ridisegnato i tempi delle famiglie, gli spazi urbani e la struttura psicologica delle nuove generazioni.

Il legame tra mutamento economico e antropologico si articola su quattro direttrici principali:

1. Dalla "Società dei Produttori" alla "Società dei Consumatori" (e Prosumer)

Negli anni '70, l'economia industriale vedeva l'infanzia come una fase di preparazione alla vita produttiva o come uno spazio protetto dal mercato.

  • Il minore come target: Oggi il capitalismo della sorveglianza e i mercati digitali considerano i minori come consumatori diretti sin dalla prima infanzia. I social media monetizzano la loro attenzione attraverso l'economia dei like e i dati personali.
  • La mercificazione delle relazioni: L'identità dei ragazzi non si costruisce più solo attraverso l'appartenenza a un gruppo geografico o politico, ma attraverso il consumo di brand, stili di vita digitali e videogiochi. L'infanzia stessa è diventata una merce e una vetrina (si pensi al fenomeno dei baby influencer).

2. Il Neoliberismo e la cultura della "Performance"

La transizione globale verso un'economia neoliberista, basata sulla competitività esasperata e sulla flessibilità lavorativa, si è riflessa direttamente sulla psiche dei minori.

  • L'iper-programmazione del tempo: I genitori, spinti dalla paura dell'instabilità economica futura, tendono a investire massicciamente sul "capitale umano" dei figli sin da piccoli. Il tempo libero dei minori è stato così colonizzato da corsi di lingue, sport agonistici e attività strutturate, eliminando il tempo vuoto e la noia creativa tipici degli anni '70.
  • L'ansia del successo: Il successo o il fallimento vengono presentati come responsabilità esclusivamente individuali. Questo sposta il disagio giovanile dalla rivolta contro il sistema (anni '70) all'ansia da prestazione e al senso di inadeguatezza sociale (oggi), alimentando fenomeni di isolamento.

3. La trasformazione del lavoro e l'urbanizzazione capitalistica

La deindustrializzazione e la crescita del settore dei servizi hanno modificato i ritmi e gli spazi di vita delle famiglie.

  • La privatizzazione degli spazi: Le città sono diventate hub economici orientati alle auto e al commercio, riducendo drasticamente gli spazi pubblici sicuri e gratuiti (cortili, piazze) dove i minori degli anni '70 socializzavano in autonomia. La strada è oggi percepita come un luogo pericoloso.
  • Il vuoto relazionale e la delega agli schermi: L'ingresso di entrambi i genitori nel mercato del lavoro (spesso con orari frammentati e precari) e la riduzione delle reti di welfare familiare (nonni, vicinato) hanno creato un vuoto di sorveglianza fisica. Lo smartphone e i dispositivi digitali sono diventati "baby-sitter" economiche e accessibili per riempire questo vuoto spaziale e temporale.

4. Il costo della vita e il passaggio al "Figlio Unico Investimento"

Negli anni '70 l'economia italiana ed europea era ancora in una fase di espansione demografica, sorretta da un costo della vita proporzionato ai salari medi.

  • La denatalità programmata: L'aumento del costo della vita, l'instabilità lavorativa e l'altissimo costo finanziario legato alla crescita di un figlio hanno portato a un crollo delle nascite e alla prevalenza di famiglie con un figlio unico.
  • Iper-protezione emotiva: Il figlio unico diventa il centro nevralgico di tutte le aspettative emotive ed economiche della famiglia. Se negli anni '70 i figli crescevano "in gruppo" e con una pedagogia più ruvida e autonoma, oggi il minore è protetto da qualsiasi frustrazione fisica o emotiva, ritardando l'acquisizione della piena indipendenza.

Alcune osservazioni personali

Ho provato fin qui a descrivere in maniera molto rapida e, se vogliamo, elementare, di come ci siamo trasformati nel corso di 50 anni.

Vorrei aggiungere ancora qualche considerazione personale.

Non solo i giovani ma il mondo stesso sembra diventato più violento: non solo i giovani ma il mondo degli adulti appare pervaso da disagio, frustrazione e difficoltà di orientamento valoriale.

Negli ultimi anni le guerre e l'evidenza delle crisi climatiche si sono aggiunte, probabilmente enfatizzandone gli effetti, alla progressiva mercificazione degli spazi pubblici, ponendo seriamente a rischio una tenuta del tessuto sociale già gravemente compromessa, già resa precaria proprio sul piano della difficoltà di organizzazione di una reazione comunitaria efficace e autenticamente veicolabile in termini politici.

In questo contesto è evidente che chi è giovane è inevitabilmente più esposto e risente delle conseguenze negative di ciò che abbiamo appena descritto: l'evaporazione di meccanismi psicologici in grado di arginare l'ipertrofica pulsionale ed emotiva caratteristica della giovane età e, insieme, la difficoltà di proiettarsi in un futuro imprevedibile, la tendenza di ricercare, di conseguenza, stimoli istantanei e gratificazioni immediate sono da tempo ampiamente descritte da studiosi più o meno autorevoli.

È anche vero che esistono dimensioni di protesta consapevole: se osserviamo gli ultimi fatti di cronaca in Francia, assistiamo ad una protesta giovanile che si articola intorno a temi politici di oggettivo rilievo politico (sovraffollamento delle aule, condizioni fatiscenti delle strutture scolastiche, costo degli alloggi, carenze di personale, affitti proibitivi): accanto agli episodi di violenza gratuita, senz'altro da condannare, esiste comunque uno spazio dove la rivendicazione avviene con riferimento ad elementi valoriali e nel tentativo di difendere i propri diritti e le proprie aspettative in una prospettiva valoriale che non possiamo non definire condivisibile.

Rimane quindi un problema di consapevolezza del problema nella sua genesi e nel suo insieme, di volontà e di orientamento politico quello di individuare le modalità di risposta al disagio minorile e adolescenziale.

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