Sulla carta collocata con papà, nella realtà vive con la mamma: quando i tribunali non bastano. Il dramma dei bambini prigionieri del conflitto
Elena Cassella
Avvocato dello Studio
CATANIA – Una bambina che, secondo le decisioni del Tribunale Etneo, dovrebbe vivere stabilmente con il padre insieme alla sorella, da mesi si trova con la madre, in aperto contrasto con quanto stabilito dai giudici.
Il collocamento di entrambe le figlie presso il padre è stato deciso dall’Autorità giudiziaria di primo e di secondo grado, un provvedimento provvisorio che non è mai stato formalmente modificato. Eppure, da oltre un anno, la minore ha smesso di vedere il genitore collocatario e la sorella: nessuna autorità è riuscita a riportarla nella casa indicata dai provvedimenti.
Il cortocircuito tra diritto e realtà
Sulla carta, il padre è il riferimento principale. Nella vita di tutti i giorni, però, è stato progressivamente estromesso dall’esistenza della figlia minore. Le relazioni dei servizi descrivono la madre come una figura con difficoltà sul piano emotivo ed educativo, inserita in un rapporto quasi simbiotico con la figlia e scarsamente collaborativa.
Nonostante l'attivazione di spazi neutri, educativa domiciliare e supporto specialistico, ogni tentativo si è scontrato con il rifiuto della bambina e con la sostanziale incapacità del sistema di intervenire in modo incisivo. Si consolida così un precedente pericoloso: l'opposizione del minore diventa il pretesto per non far rispettare la legge.
Una sconfitta per il sistema di tutela
Questa vicenda mette in luce l'inefficacia dello Stato nel tradurre le sentenze in fatti. Le forze dell’ordine hanno margini d'azione ridotti e i servizi sociali temono di traumatizzare la minore con interventi decisi. Il risultato è una sconfitta collettiva:
- Per il padre e la sorella: privati del legame familiare nonostante il diritto riconosciuto.
- Per la madre: che non viene aiutata a superare le proprie criticità.
- Per la minore: prigioniera di un conflitto e privata del diritto a crescere con entrambi i genitori.
Proposte per una riforma concreta
Questo caso deve spingere a immaginare soluzioni operative per i casi di alta conflittualità:
- Équipe multidisciplinari stabili: magistrati, psicologi e forze dell'ordine che seguano il caso dall'inizio alla fine con un coordinatore responsabile.
- Tempi rigidi di verifica: monitorare l'esecuzione dei provvedimenti entro pochi giorni, non mesi.
- Potenziamento degli spazi neutri: protocolli mirati per gestire il rifiuto del genitore e favorire il riavvicinamento graduale.
- Formazione specialistica: istruire gli operatori sulle dinamiche di condizionamento del minore, affinché non si fermino davanti a un semplice "non voglio andare".
- Sanzioni rapide: meccanismi certi per il genitore che ostacola i rapporti, dalla limitazione della responsabilità genitoriale alle modifiche immediate dell'affidamento.
Oltre il rifiuto labiale: il vero ascolto
Il dramma di questo padre etneo non può essere archiviato. Il vero ascolto del minore non significa assecondare ogni suo rifiuto, ma comprenderne le radici profonde. Un bambino che dice "no" a un genitore ha sempre una ragione: scoprirla e affrontarla è responsabilità degli adulti.
Se la legge dispone il collocamento, lo Stato deve garantire che non resti solo una formula su un foglio. La civiltà di un ordinamento si misura sulla capacità di offrire protezione effettiva ai più vulnerabili.
Articolo originariamente pubblicato su: NEWSICILIA.IT
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