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Sulla carta collocata con papà, nella realtà vive con la mamma: quando i tribunali non bastano. Il dramma dei bambini prigionieri del conflitto

CATANIA – Una bambina che, secondo le decisioni del Tribunale Etneo, dovrebbe vivere stabilmente con il padre insieme alla sorella, da mesi è stabilmente con la madre, in aperto contrasto con quanto stabilito dai giudici.

Il collocamento di entrambe le figlie presso il padre è stato deciso dall’Autorità giudiziaria di primo e di secondo grado provvisorio e non è mai stato formalmente modificato.

Eppure, da oltre un anno, la minore ha smesso di vedere il genitore collocatario e la sorella: nessuna autorità – né servizi sociali, né forze dell’ordine, né altri operatori – è riuscita a riportarla nella casa indicata dai provvedimenti.

Sulla carta, dunque, il padre è il riferimento principale delle due figlie. Nella vita di tutti i giorni, però, è stato progressivamente estromesso dall’esistenza della minore, che vive con la madre nonostante un quadro familiare definito critico dagli Enti e dalle relazioni e atti processuali.

Le relazioni dei servizi descrivono la madre come una figura con chiare difficoltà sul piano emotivo ed educativo, inserita in un rapporto quasi simbiotico con la figlia minore e scarsamente collaborativa rispetto ai percorsi proposti. Il Tribunale ha ammonito la donna, invitandola a rispettare le prescrizioni e a favorire il riavvicinamento alla figura paterna.

Il Tribunale ha attivato spazio neutro, educativa domiciliare, supporto specialistico. Ma, nella pratica, ogni tentativo si è scontrato con il rifiuto della bambina e con la sostanziale incapacità o non volontà del sistema di intervenire in modo realmente incisivo.

In questo modo si consolida un precedente pericoloso: se un conflitto è sufficientemente esasperato da un lato, se il minore viene a lungo esposto a messaggi negativi su uno dei genitori, la sua opposizione diventa il pretesto perfetto per non far rispettare più nulla.

Il caso mette in luce un cortocircuito evidente tra la “giustizia sulla carta” e la realtà. Il Tribunale afferma il principio di bigenitorialità e individua nel padre il genitore collocatario, ma lo Stato non riesce a tradurre quella decisione in fatti.

Le forze dell’ordine intervengono con margini di possibilità di azione molto ridotti; i servizi sociali si muovono su un crinale difficile, temendo che un intervento troppo deciso traumatizzi la bambina; le strutture di sostegno, spesso sovraccariche, faticano a garantire continuità e tempestività. Il risultato, però, è sotto gli occhi di tutti: la situazione di fatto prevale su quella di diritto.

È una sconfitta per tutti: per il padre e una sorella che non vede più la figlia, per la madre che non viene realmente aiutata a uscire dalle proprie difficoltà, e soprattutto per la minore, che si ritrova prigioniera, privata del diritto a crescere con entrambi i genitori.

Questa vicenda non può rimanere solo un fatto di cronaca. Può, e deve, diventare l’occasione per immaginare soluzioni concrete, replicabili anche in altri casi simili.

Bisognerebbe creare équipe multidisciplinari stabili (magistrati, psicologi, assistenti sociali, educatori, forze dell’ordine formate sui minori) che seguano i casi ad alta conflittualità dall’inizio alla fine, con un coordinatore responsabile delle decisioni operative.

Stabilire tempi rigidi per la verifica dell’esecuzione dei provvedimenti sul collocamento: non attendere mesi per accorgersi che la minore non vive dove il Tribunale ha disposto. Potenziare gli spazi neutri, prevedendo percorsi intensivi quando un figlio rifiuta il genitore collocatario: incontri più frequenti, équipe specializzate sulla “rottura del legame” e protocolli mirati per il graduale ritorno alla normalità. Introdurre percorsi obbligatori di formazione su dinamiche di alta conflittualità, condizionamento del minore e rifiuto del genitore, così che gli interventi non si fermino di fronte al semplice “non voglio andare” della bambina senza interrogarsi sulle cause profonde.

Fornire protocolli chiari alle forze dell’ordine su come agire nei casi in cui un minore si oppone, bilanciando tutela psicologica e rispetto dei provvedimenti, per evitare che ogni tentativo si traduca in un nulla di fatto.

Prevedere meccanismi più rapidi e certi di sanzione quando un genitore non rispetta il collocamento o ostacola i rapporti con l’altro: dalle ammonizioni effettive alle modifiche immediate delle condizioni di affidamento, fino alla limitazione o sospensione della responsabilità genitoriale nei casi più gravi.

Ascoltare davvero la voce della bambina, non solo il suo rifiuto labiale.

Il dramma di questo padre etneo – collocatario sulla carta, assente nella vita della figlia – e di questa bambina intrappolata nella casa sbagliata secondo la legge, non può essere archiviato come “una delle tante storie difficili”.

È il sintomo di un sistema che, quando incontra genitori in conflitto e minori lacerati tra due lealtà, troppo spesso rinuncia ad agire con decisione. Ma proprio da casi come questo può nascere una richiesta forte di riforma: più mezzi, più formazione, più coraggio istituzionale, perché nessun figlio debba più essere “perduto” tra sentenze inapplicate e responsabilità diffuse.

Se la legge dice che il collocamento è presso il padre, lo Stato deve essere messo nelle condizioni di far sì che questa non resti solo una formula su un foglio, ma diventi realtà nella vita quotidiana di un bambino. È su questo che si misura il grado di civiltà di un ordinamento: non sulle parole scritte nelle leggi, ma sulla capacità concreta di tradurle in protezione effettiva per i più vulnerabili.

Il vero ascolto del minore non significa assecondare ogni suo rifiuto, ma comprenderne le radici profonde. Un bambino che dice ‘no’ a un genitore ha sempre una ragione: scoprirla e affrontarla è responsabilità degli adulti, non del bambino stesso.


Pubblicato su http://NEWSICILIA.IT




 
 
 

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